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“Per la Cassazione in scena è lecito esagerare i fatti”

“Per la Cassazione in scena è lecito esagerare i fatti”

“Sono le mamme che gettano i bambini nei pozzi, quelle ipocrite Medee. Alfredino, Jessica e il piccolo Tommaso in quei cunicoli non ci sono mica caduti per sbaglio”. Frasi choc pronunciate dall’attore Enzo Moscato in un monologo (tratto da un suo testo teatrale) del film “I racconti di Vittoria “ di Antonietta De Lillo, episodio 1 – Pozzi D’amore. Il film, prodotto nel 1996, venne presentato a Venezia e trasmesso dalla Rai pochi anni dopo. Frasi choc ma non offensive, come ha stabilito la Corte di Cassazione. Spiegando che “il linguaggio dell’arte non è il linguaggio della realtà”. Quindi, gli attori possono tranquillamente “esagerare nella descrizione della realtà tramite espressioni che l’amplificano per eccesso o per difetto”. Perciò niente risarcimento alla mamma di Alfredino Rampi, il bimbo morto in un pozzo artesiano largo 28 cm e profondo 80 metri a Vermicino (frazione di Frascati) il 13 giugno 1981 dopo interi giorni di agonia e 18 ore – tanto strazianti quanto ignobili – di diretta televisiva a reti unificate. In appello la Rai ed Enzo Moscato (assistiti dall’avvocato Francesco Barra Caracciolo) erano stati condannati a pagare 100mila euro.

10 giugno 1981 … il fatto

L’Italia del 1981 è attaccata ai televisori. C’è il Papa, Giovanni Paolo II, che il 13 maggio sta benedicendo dalla sua vettura la piazza di San Pietro piena di fedeli, quando il terrorista turco Alì Mehemet Agca gli spara addosso. C’è il processo per la strage di piazza Fontana e la lista completa della loggia P2 che viene resa pubblica, svelando i nomi di 953 affiliati. C’è Mario Moretti, il leader delle Brigate Rosse, che viene arrestato mentre il suo gruppo di terroristi rapisce Roberto Peci. C’è la svalutazione della lira, che annuncia al paese una stagione di cinghie strette. E poi, il 10 giugno, l’Italia si ferma: le tre reti della Rai, unificate, trasmettono una sola immagine su voci di cronisti differenti, che raccontano tutti la stessa storia: Alfredo Rampi, sei anni, è caduto in un buco nella piana di Vermicino, in provincia di Frascati. È incastrato nel fango di un pozzo artesiano profondo ottanta metri, largo appena 30 centimetri. Ha inizio, con la sua lenta agonia, il primo drammatico reality show che l’Italia conosca. La tragedia di un bambino, lo strazio delle sue grida che impietosamente saranno trasmesse nella diretta più lunga della storia del giornalismo fino a quel momento. Diciotto ore senza interruzioni, canali unificati, la morte in diretta come spettacolo garantito al grande pubblico. Ventotto milioni di ansiosa e commossa platea in apnea per la vita di “Alfredino”, appesa al filo dell’inventiva di soccorritori che, per tre giorni, tenteranno invano di salvarlo. Quando la morte arriva in diretta, il luogo dello strazio si fa teatro per personaggi che si alternano intorno al buco, intorno ad Alfredo che è scivolato nelle viscere della terra. Vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri, nani, contorsionisti, esperti di yoga, il porchettaro che vende bibite e il presidente della Repubblica Sandro Pertini, statico, immobile, che fissa il buco, che lascia una crisi di governo in atto a svolgersi sola, e resta lì per ore mentre la tensione cresce. C’è di tutto intorno a quel pozzo. C’è un’Italia che empaticamente si identifica con ogni madre e con ogni padre, con ogni Alfredo caduto nel buio che piange, ha freddo, grida e chiede della mamma. C’è il soccorritore che per tre giorni gli racconterà le fiabe per calmarlo. Ci sono gli studenti di medicina, gli speleologi, gli esperti in geologia. “Ci serve qualcuno davvero magro che si cali nel pozzo!” gridano gli altoparlanti, perché l’Italia del 1981 non ce l’ha un modo per tirare fuori un bambino che è rimasto incastrato nel fango, che scivola sempre più in fondo, che a 48 ore dalla caduta ha raggiunto i 60 metri di profondità. Ci sono cinquecento persone intorno a quel buco nella terra, le telecamere americane della Abc, la Rai che ha gentilmente fornito un microfono da calare ad Alfredo, perché tutta l’Italia, non solo la madre, possa sentirne la voce che invoca aiuto, che grida “basta”, che chiede lo “yogurt col cucchiaio di ferro”. È il primo reality show della storia nostrana, solo che racconta di un dramma reale, e l’attore involontario non conoscerà il copione che prevede il lieto fine, perché dopo tre giorni di agonia, con le prime luci dell’alba, il 13 giugno il piccolo Alfredo molla. Per sette volte Angelo Licheri, tipografo minuto ed emaciato, calato a trenta metri di profondità col sangue al cervello tocca le braccia del piccolo ma il fango è ovunque, scivola, non si riesce a imbracarlo. Poi le trivelle, per scavare un tunnel parallelo più largo, aprire un varco che consenta ad Alfredo di vedere la luce. È l’alba del 13 giugno nella piana di Vermicino quando le speranze crollano. “È morto” dicono, la perizia viene compilata, il dolore prende il sopravvento e con esso la rabbia. Quando la solidarietà di un pubblico diviene ferocia contro quei soccorritori che non hanno fatto abbastanza, “perché in America lo avrebbero salvato” è la vulgata popolare. È il senso di mediocrità di un paese che si sente ruota di scorta, sono le righe infuocate dei giornalisti che con titoli angoscianti disegnano il caos di tentativi sconnessi, raccontano con giudizio severo il lavoro “malfatto” dei soccorritori che, presi dal panico, hanno lasciato morire un bambino. È duro il bilancio morale di una tragedia tutta mediatica, il dolore di una famiglia, la casualità di un incidente che diviene cronaca da seguire senza la pietà dell’omissione, ogni particolare reso al pubblico che di fronte al dramma è incollato allo schermo. Trentuno giorni dopo il corpo senza vita del piccolo Alfredo sarà estratto, ma questa volta senza pubblico, senza testimonianza popolare, ché la notizia si sa dopo qualche giorno invecchia, e dopo la morte non c’è più strazio da seguire. Si apriranno le indagini, concluse nel nulla, perché il dubbio si è insinuato, forse qualcuno ha gettato Alfredo nel pozzo. Abusi sessuali, schermaglia fra ragazzini. Difficile credere alla fatalità, quando la morte arriva a sei anni e viene sbattuta in maratona mediatica su tutte le reti, su tutti i canali. È un sarcastico e spietato Paolo Guzzanti che dalle colonne de La Repubblica renderà una cronaca dura ma veritiera, l’indomani della tragedia. “Poiché è finita male – scriverà domenica 14 giugno – della storia di Alfredo nel pozzo restano angoscia e rabbia. Passi per le immagini della più terribile trasmissione televisiva. Quello che è difficile perdonare è la voce del bambino, che tutti noi abbiamo troppo bene udito (…). Si dirà e scriverà molto su questa tragedia. E sulla trasmissione. E su Pertini caparbio e stupendo vecchio che rappresentava tutti gli italiani. E sugli italiani bravissima gente che hanno fatto le sei del mattino davanti alla televisione piangendo, menando pugni, urlando di speranza. Grande pasto per i tecnici e gli studiosi di comunicazione, è stato anche il festival della proiezione: tutti eravamo Alfredo nel pozzo (…). La piana di Vermicino in cui la sua tragedia si è consumata nelle ore si è trasformata in un circo equestre, e in un sepolcro(…)”.

10 giugno 1981 … il mistero
Attraverso le fotografie del corpo congelato, al momento della dichiarazione di morte, si notò una imbragatura che lo avvolgeva, durante l'interrogatorio di Angelo Licheri il volontario disse che era stato lui a metterla quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu contestata dai pompieri che sostennero che una simile imbragatura non poteva essere assolutamente messa dentro un pozzo artesiano. Venne ascoltato il responsabile del CAI, il quale riconobbe l'imbracatura appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò assieme a tutti gli altri soccorritori che era la stessa usata nel tentativo di salvataggio. Durante le indagini vennero interpellati i costruttori di quel pozzo, i quali affermarono che data la complessità della sua apertura era impossibile che un bambino ci fosse caduto accidentalmente. Si crearono però discrepanze riguardo a quello che doveva essere il diametro del pozzo alla sua imboccatura, poiché i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori poi cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, così che non si poté risalire a responsabilità riguardo a chi potesse averlo lasciato aperto. Ad aumentare il mistero furono le stesse parole del piccolo Alfredo pronunciate in quelle ore di agonia: non aveva la benché minima idea di sapere dove si trovasse e nemmeno come ci fosse capitato. La poca lucidità data dalla mancanza di ossigeno e dalla permanenza prolungata nel pozzo potrebbero spiegare questa incongruenza. Il magistrato era certo che Alfredo fosse stato calato nel pozzo dopo che era stato addormentato e che quindi non vi fosse caduto, ma le indagini furono archiviate per l'impossibilità di giungere alla verità. Il volontario del soccorso alpino Tullio Bernabei continuerà a sostenere la sua verità, che è quella degli speleologi del CAI, che è quella di Licheri, che é quella della stessa famiglia Rampi: "L'imbracatura trovata sul corpo del bambino era il frutto dei nostri tentativi di salvataggio, in particolare quello di Licheri. Purtroppo quella di Vermicino è una storia abbastanza semplice".


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