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Scritti Geografici: LA CALABRIA

Quando andavamo da nonna Grazia per le vacanze estive con la “Piccolina” di babbo non si arrivava mai! Per tutti noi quello era un viaggio stupendo, una migrazione gioiosa verso un luogo balordo dove c’era il mare più bello del mondo e ci abitavano ancora i parenti. Di buon mattino ci mettevamo sull’autostrada del sole in direzione del grande Sud, e non appena babbo ingranava la quinta marcia per riposare il piede capitava sempre qualcosa di affascinante a bordo.
“I miei ricordi a riguardo sono molto precisi. E’ difficile che non sia andata come dico io”
Si trattava di piccoli movimenti nei sedili, atteggiamenti del tutto usuali che nella grande casa di Milano sarebbero sicuramente finiti con l’incastrarsi nei doppi vetri della sala da pranzo.
I doppi vetri alle finestre della sala grande li aveva voluti la mamma!
Non appena si rese conto che il suo uomo guadagnava abbastanza e che per giunta, aiutato da una mutilazione poco destabilizzante, arrivava a fine mese con la gioia vera bella larga sui denti e le saccocce piene di soldi italiani, si recò da un artigiano in centro con le misure giuste segnate su un foglio giallo e diede l’anticipo in contanti mostrando per un istante a quell’uomo canuto, nel contempo, petto e nascondiglio segreto meridionale.
Nostro padre non aveva più un dito e noi, da quel giorno in poi, grazie alla sua assicurazione che, come diceva sempre la mamma, - Aveva pagato per tempo-, potemmo goderci quelle cavolo di finestre e altre belle cose. Amanda, la mamma, ci comprava tutto quello che voleva lei con i suoi soldi profumati molto prima che noi figli decidessimo cosa non avremmo mai voluto avere. Molto spesso le due cose combaciavano.
“Per proteggervi dall’odore della libertà”, diceva sempre strofinando qualcosa di metallico, “Per risolvere insieme qualsiasi noia, figli miei”.
Ho sempre creduto alla metà delle cose che mi diceva Amanda e sono riuscito ugualmente ad amarla sinceramente fino a quando ho potuto e a crescere figli orgogliosi di quello stesso amore!
Il nostro viaggio verso la Calabria cominciava sempre allo stesso modo, da anni, da sempre; e cioè con il Babbo che accendeva la vecchia radio della Piccolina schioccando le dita. A questa cosa strana, nel 1977, credeva ormai solo il mio fratellino. A me non dispiaceva che fosse così anzi, con lo sguardo nei “paesaggi veloci”, e visto che in fondo ci ero passato anche io, badavo solo ad immaginarmi i miei due anni ed ero irrimediabilmente coglione a sette.
Molto presto avremmo perso anche quella stronzata, ne ero tanto sicuro quanto indispettito. In fondo, ancora oggi, come farebbe forse solo un bambino di sette anni, riesco a dispiacermi sinceramente solo per quelle. Mia madre nel 1977 era bellissima: uguale a quando è crepata un anno fa ma in abiti migliori, con i bottoni a pasticca cremisi aperti sullo scollo generoso e gli occhi chiari semichiusi. Anche i panini che tirava fuori dal suo borsone di pelle erano belli. Venisse giù Milano con tutti i milanesi, li preparava sempre prima di svegliare “La mia ciurma” per infilarci dentro le cose preziose. Le cose preziose erano le verdure; le cavolate tutto quello che non preparava lei ed era teoricamente commestibile; e gli spuntini, infine, un rimedio calcolato alla fatica che si nasconde dietro ogni lauta consumazione domestica.
Quando canticchiava la canzone di Crudelia De Mon e nel contempo tirava fuori dal borsone le pagnottelle era una festa nei sedili posteriori della Piccolina, una sana distrazione alimentare, qualcosa di cui valeva la pena ricordarsi. La sua ciurma eravamo Noi e il Babbo, Andrea, che aveva solo 35 anni e un nuovo progetto da raccontare alla sua donna. Lui, mio padre, non li mangiava mai i panini allo stracchino di mamma perché il cibo nello stomaco gli procurava una fastidiosa sonnolenza.
“I miei ricordi a riguardo sono molto precisi. E’ difficile che non sia andata come dico io”
In compenso però, con l’aiuto della manopola del volume e i miracoli dello specchietto retrovisore, si preoccupava che noi lo facessimo velocemente e senza protestare. Noi siamo io, che mi chiamo B., mia sorella Giorgia e il piccolo Alfredo; il quale, legatissimo al suo piccolo orsacchiotto verde, a due anni suonati non spiccicava una parola. Quando la mamma, sovente, gli dava i pizzicotti sulle braccia per capire se era stupido, piangeva come un minimo dannato e faceva la faccia da cane bastonato meglio del bambino zoppo del Piccolo Lord. Ma non era né stupido, né muto Alfredo anzi, il medico specialista che lo visitava a Milano diceva che da grande, se tutti noi di casa ci fossimo tranquillizzati, avrebbe cantato meglio di Frank Sinatra.
La nonna Grazia, la madre di mio padre, è sempre stata in Calabria. Se mi si chiedesse oggi di approntare una descrizione di media lunghezza per riuscire a far venir fuori i suoi capelli grigi dalla terra bruna che ne custodisce colpevolmente il corpo morto, sceglierei sicuramente questa:
“ Donna, mia nonna. Seduta su una sedia di legno abbandonata in una stradina del paesino abbrustolito senza chiesa in cui sei nata settant’anni fa’ contro il volere dei tuoi sette fratelli più grandi”.
Da piccolo, molto prima che mi proponessi di scrivere per la vita, arrivavo da lei dormendo, cullato dalle numerose salite, con la faccia bianca fra i capelli di Giorgia, rianimato dal vento fresco che entrava dal finestrino ogni volta che mio padre cercava di dar fuoco alla sua terra con i mozziconi delle sigarette. Amavo molto mia sorella Giorgia nel 1977, molto più di quanto riesca a fare oggi. In compenso adoro sinceramente la sua unica figlia. La trovo bellissima nonostante le sue oggettive bruttezze; e la ammiro – quanto sono sincero, perché riesce a portare con disinvoltura il mio stesso sorriso, la fronte rigata di suo nonno e la voce di suo zio Alfredo.
Nel 1977 fui promosso con un bel 7 pieno ed ero felice. Anche mio padre era contento dei miei risultati! Tornai a casa di corsa e dissi subito a mia madre che ce l’avevo fatta. Lei mi guardò negli occhi, non aveva capito niente come al solito ma riuscì a ripetere quello che aveva appena sentito con una precisione nuova, odiosa. Mio padre sentì chiaramente la voce di Amanda ma non smise di leggere il suo giornale manco per idea. Quando lasciai la cucina, Andrea si sollevò dalla sua poltrona stronzissima e disse a mia madre che avrebbe mantenuto la promessa!
Non avrei lavorato in Calabria; non avrei lavorato sicuramente fino a settembre! Per me, in quel luogo meraviglioso, ci sarebbero state solo letture, incantevoli letture ad alta voce. E poi le canzoni italiane suonate con la vecchia chitarra dello zio Nello. L’avrei ritrovata nel granaio, in piedi nell’armadietto di alluminio dietro la porta rotta, proprio dove l’avevo riposta l’anno prima. E poi tanti giochi, avventure spericolate che in città non avrei mai potuto vivere.
Il primo giorno ci svegliavamo sempre all’alba. Eravamo in Calabria ed era l’alba. Insieme al più piccolo dei miei zii, Otto, scaricavamo la macchina e mio padre, guardando il mare e tutto il resto alla luce dell’alba, ci diceva che quella era la cosa più bella del suo paese; che quel momento così silenzioso era l’unico rimpianto che avesse mai avuto; l’unica cosa che avrebbe voluto portare con se quando è partito.
Molto tempo dopo, quando scoprii il cinema, osannai quel pensiero speciale facendo fare ad un giovane attore depresso la stessa cosa per un intero anno. Giorno dopo giorno e sempre alla stessa ora. Mi costò parecchia stima girare quella scena ma riuscii a far nascere sul volto di quel caratterista la tristezza di mio padre.
“I miei ricordi a riguardo sono molto precisi. E’ difficile che non sia andata come dico io”
In un’intervista che rilasciai tempo dopo ad un giovanotto ungherese, dissi che mio padre era triste così: con noi figli di fianco e quell’alba balorda negli occhi. Conclusi il mio intervento ed ero sereno, un bugiardo fiero di esserlo. Ero riuscito a rendere come meglio potevo il “mio adattamento della felicità”.
Ma non era affatto così!
Quel giorno mio padre era bravissimo, ci sorreggeva, ci dava consigli pratici. Il fatto che lo fosse stato anche l’anno prima mi fece pensare che l’uomo ha bisogno di momenti ripetuti. L’uomo, in fondo, lo capisce quand’è che un’azione lo rende felice, se la sente addosso e la lascia scivolare via senza alcun tipo di intromissione filosofica, senza nessun pensiero sconosciuto che gli passi per la testa. L’uomo, mio padre, ha bisogno di provare a ricostruire momenti così. E se proprio non gli riesce inventarsi un futuro leggermente diverso, tenta sempre di ripetere la sua gioia per scovare negli occhi di chi lo ammira poco riguardo e ingiusta compassione.
A riguardo i miei ricordi non sono precisi. È molto facile che possa inventarmi di sana pianta un adattamento!

A Jeaninne Jenereux

mr



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