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Speciale 150! … 12 Aprile: Attentato alla fiera!

Dodici aprile 1928, re Vittorio Emanuele III è atteso a Milano per l’inaugurazione dell’Istituto dei tumori e della IX Fiera campionaria. Alle 9.50 piazza Giulio Cesare è gremita di persone! Quando la bomba esplode davanti al civico n. 18 cadono più di 60 persone, corpi straziati, arti e sangue. È strage. I morti saranno 20, alcuni dei feriti rimarranno mutilati. È l’attentato più grave del ventennio …
STRATEGIA DELLA TENSIONE!
Il regime si mobilita, al gran completo: dai «rozzi» della Milizia ferroviaria a cui Mussolini affida le indagini in un telegramma che attribuisce la responsabilità agli antifascisti, agli investigatori di Arturo Bocchini – capo della polizia dal 1926 al 1940 – che mette in campo gli uomini più fidati come Francesco Nudi, capo dell’«ispettorato speciale», la prima sezione dell’Ovra, la polizia politica segreta dello Stato fascista che lavora da un anno a Milano sotto la copertura della Società anonima vinicola meridionale in via Sant’Orsola 7. A Milano c’è un’aria di «strategia della tensione» che preoccupa il regime. Qualche giorno prima della strage viene trovata una bomba sui binari della Milano-Piacenza, ai primi di aprile ne era stata rinvenuta un’altra nella cantina dell’Arcivescovado, mentre una terza era esplosa ai piedi della statua di Napoleone III. Per i periti il pacco di gelatina con detonatore a orologeria della Fiera è compatibile con gli altri ordigni. I fascisti si danno da fare: 560 arresti tra comunisti, anarchici e repubblicani, 360 vengono rilasciati subito, altri non tornano. Uno di questi è Romolo Tranquilli, fratello di Secondino (Ignazio Silone), caduto nella rete che setaccia l’ambiente antifascista a Como e morto in carcere a Milano per le botte e le sevizie. Il caso Tranquilli è oggi al centro di un lungo e aspro confronto sul ruolo di Silone come delatore della polizia fascista (ti invito ad approfondire il caso). Fin dai primi arresti cominciano «misteri», «silenzi», «omissioni» e «ambiguità» all’interno delle indagini. Eppure, il colpevole rosso doveva essere trovato a ogni costo e due anarchici, Gino Nibbi e Libero Molinari, vengono indicati come responsabili. Ma polizia e milizia non sono in sintonia. Bocchini e Guido Leto (futuro capo dell’Ovra) contestano le «inchieste fatte da altri organi dilettantistici più o meno politici», mentre il procuratore generale del Tribunale speciale Balzamo vuole l’onore del processo. La spuntano i poliziotti, Nibbi e Molinari vengono assolti in istruttoria e non cadono da una finestra della Questura. Come ricorda Renzo De Felice, «Combattuta tra la resistenza dei fascisti della prima ora e le spinte innovatrici di una possibile normalizzazione dei rapporti tra partito e nazione, la storia dell’Italia di quegli anni appare come una importante e definitiva fase di trapasso e di sistemazione delle originarie spinte rivoluzionarie in direzione di un componimento degli equilibri tra le varie parti dello Stato corporativo mussoliniano». Il regime assume caratteri definiti e definitivi, e il poliziotto Bocchini si appresta a costruire il più grande sistema di spionaggio della storia d’Italia. Nel dicembre 1930, in un comunicato che rende pubblica per la prima volta la misteriosa sigla Ovra, l’agenzia stampa Stefani batte: «Smantellata organizzazione clandestina». È la dirigenza di Giustizia e libertà a Milano: Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Ferruccio Parri e altre 21 persone tra le quali il chimico trentenne Umberto Ceva, sono accusati di vari attentati dinamitardi a carattere dimostrativo. Lo smantellamento degli azionisti è opera di Francesco Nudi, che sulla base delle somiglianze tra i congegni usati dagli azionisti e la bomba di piazza Giulio Cesare, riapre il caso. Ne fa le spese Ceva, accusato di aver fabbricato l’ordigno della strage; si ucciderà a Regina Coeli nella notte di Natale 1930 lasciando un messaggio: «Non ho fatto nulla, non ho visto nulla, non ho saputo che altri abbia fatto del male a una creatura umana». Parri verrà prosciolto e inviato al confino, Rossi e gli altri condannati a vent’anni per attività sovversiva. Per la strage nessun processo!
Dopo la guerra si apre la «pista nera»: verità storica e verità processuale!
Della matrice nera della bomba difficile dire dopo così tanto tempo. Anche se eliminare il re e finirla con la monarchia avrebbe voluto dire, per i «rivoluzionari» della prima ora, cambiare il corso del fascismo ormai imborghesito. Gli «insediatori» interni al regime avevano il mal di pancia dall’insediamento della dittatura nel 1925. E Farinacci era tra i più feroci critici del mussolinismo moderato e opportunista. Squadrista della prima ora, propugnatore di una «seconda ondata» dopo la marcia su Roma, avvocato dell’assassino di Matteotti, allontanato dal duce da segretario del Partito nazionale fascista, fu di fatto esiliato a Cremona e non perdonò mai a Mussolini lo scioglimento e l’espulsione delle squadracce. «Le lotte intestine sono una costante del regime, un universo di apparati e gerarchi armati l’un contro l’altro, di delatori e spie infiltrate ovunque che hanno lasciato una scia di resoconti faziosi di difficile interpretazione», spiega lo storico Franzinelli, autore di I tentacoli dell’Ovra (Bollati Boringhieri) e Delatori. Il lato oscuro del regime fascista (Mondadori). Una matassa da cui è impossibile tirare il filo nero della strage. Qualcosa di certo, però, c’è: «Fu molto più che depistaggio», dice Franzinelli, «ci fu un uso strumentale di questo attentato per colpire segmenti dell’opposizione. La polizia ebbe un ruolo straordinario nel manovrare l’uso politico, invocando di volta in volta diverse piste inefficaci ma straordinarie per delegittimare comunisti, repubblicani e poi giellisti, un’azione durata anni. Un caso paradigmatico. Qua sta il collegamento forte con la Milano del 12 dicembre 1969, con una differenza di fondo: in epoca fascista potevano esserci indagini contraddittorie senza alcuna possibilità di controllo democratico o di controinformazione». La differenza che permette di parlare in epoca repubblicana di verità storica, al di là di qualsiasi sentenza.


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