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NON CI RESTA CHE IL PALLONE...

L’ultima volta che ho sentito parlare di Coppa dei Campioni avevo 6 anni. Era il 1990. Ero un bambino e tutto ciò che ricordo di quei giorni può essere racchiuso nei voli in cielo che ad ogni goal mi faceva fare mio padre.
Ricordo l’euforia, mio nonno che tappezzava la casa di bandiere e la piazza di Pompei vestita di azzurro. Del resto, non era solo una qualificazione in coppa quella. Era uno Scudetto, il secondo. Ed era tutto quello che nessun napoletano aveva mai visto prima.
Ma io ero un bambino, ed avevo il diritto solo di esserne felice. Non mi era dato sapere che in realtà il Napoli lo gestivano Moggi e Mastella, non mi era dato sapere che dietro c’era l’ombra dei clan, che i due anni precedenti si erano venduti gli Scudetti per far risanare il toto nero dopo l’inaspettata vittoria Scudetto dell’87. Non potevo e non dovevo sapere della monetina di Alemao e degli “inciarmi” fra Ferlaino/Moggi e Berlusconi.
Potevo essere felice, gridare e uscire in strada con un pallone sotto il braccio a regalare alla città il sorriso che solo i bambini sanno dare ad un paese come Napoli, contraddittorio fino all’inverosimile. Distrutto già allora dalle amministrazioni democristiane e centro nevralgico degli interessi di camorra, istituzioni e perché no anche mondo del calcio. Oggi, con fare nostalgico, si sente dire che “Ferlaino, si, era uno che contava nel palazzo”. Frase, quest’ultima che lascia ampio spazio a rivoli di interpretazioni oltremodo inquietanti.
Ero un bambino, e per fortuna non c’era ancora la tv a pagamento. Le partite o le vedevi allo stadio, o le ascoltavi alla radio ed il San Paolo era sempre il campo con cui si collegavano meno.
Ero un bambino e posso ricordare la faccia felice di Massimo Troisi nell’intervista a cura di Minà, e Giuliana De Sio che nel film “Scusate il ritardo” gli dice: “Che c’è? C’è che il Napoli sta perdendo col Cesena!”
Oggi è diverso. E’ tutto diverso. Ho 27 anni e sono appena tornato dai festeggiamenti per la qualificazione in Coppa dei Campioni, dopo aver lottato fino a poco fa per lo Scudetto. Prima che l’animo imprenditoriale di Presidente e Allenatore venisse fuori in tutta la Sua arroganza.
Abbiamo festeggiato, si. Abbiamo riso. Abbiamo seguito partita per partita. Anche quando le condizioni metereologiche hanno provato ad impedircelo siamo rimasti in pochi a captare segnali fra radio e web. Abbiamo festeggiato , si!
Ma a 27 anni non posso non sapere che il Napoli è business. Che la città di Napoli è in ginocchio per la mala gestione trasversale di affari, rifiuti e commercio. Non posso non sapere che tre giorni fa Berlusconi a Napoli ha fatto campagna elettorale lodando De Laurentis, e che lo stesso Aurelio il giorno prima aveva fatto la sua dichiarazione di voto a favore di Lettieri, il che significa a favore di Cosentino. Non posso non sapere che il nuovo stadio di Napoli significherà affari e malavita, accordi fra politica e camorra. Ancora. Non posso non sapere che il Napoli è stato sfruttato per conquistare Napoli a suon di populismo. Non posso non sapere, insomma, che il calcio di oggi – molto più di quello di vent’anni fa – è tutto un imbroglio ed ognuno di noi è lieto di farsi imbrogliare ogni volta che il pallone entra in rete.
Perché al giorno d’oggi, la politica in Italia, in Campania, si fa così: a suon di slogan, veline e squadre di calcio che si prendono il merito di “dare dignità ad una città” a cui non resta che il pallone per illudersi di star bene.

Il Giovane Alessio



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